Autoconsapevolezza

Scarico mentale: perché ti senti sempre in affanno (e come alleggerire la mente)

Scarico mentale: perché ti senti sempre in affanno (e come alleggerire la mente) Ti senti spesso in affanno, anche quando fai tutto quello che “dovresti”? La giornata è piena, la lista è lunga, eppure la sensazione è sempre la stessa: la testa non si spegne mai. Molte donne arrivano in terapia convinte di essere disorganizzate, poco capaci o “non abbastanza forti”. In realtà, molto spesso, il problema è un altro: il sovraccarico mentale. In questo articolo vediamo: cos’è davvero lo scarico mentale perché la mente si riempie così facilmente come iniziare ad alleggerirla in modo pratico e gentile Cos’è il sovraccarico mentale (e perché non è colpa tua) Il sovraccarico mentale non è solo “avere tante cose da fare”. È tutto ciò che: tieni a mente anticipi controlli gestisci emotivamente Ad esempio pensieri come: “Non devo dimenticarmi…”, “E se poi succede…?”,  “Devo pensarci io”. 👉 Questo carico non si vede, ma il cervello lo registra come lavoro continuo. Dal punto di vista psicologico, una mente costantemente attiva entra in modalità allerta, aumentando: tensione irritabilità ansia senso di affanno Perché la mente non si svuota da sola Molte persone aspettano che la mente “si calmi”. Il problema è che la mente non si svuota per riposo, ma per contenimento. 👉 Se i pensieri non trovano uno spazio esterno, continuano a girare all’interno. Dal punto di vista Cognitivo-Comportamentale: il cervello interpreta i pensieri non scritti come “non risolti” ciò mantiene attivo il circuito dell’ansia Ecco perché dire “non ci penso” non funziona. Cos’è davvero lo scarico mentale (e cosa non è) Lo scarico mentale non è: ❌ sfogarsi ❌ lamentarsi ❌ fare un elenco infinito di cose da fare Lo scarico mentale è: ✔️ dare una forma ai pensieri ✔️ spostarli dalla testa alla carta ✔️ ridurre il carico cognitivo È una strategia di regolazione, non di controllo. I benefici dello scarico mentale Quando lo scarico mentale è fatto bene: la mente si alleggerisce l’ansia si abbassa aumenta la sensazione di controllo migliora la concentrazione Non perché “risolvi tutto”, ma perché non devi più tenere tutto dentro. Da dove iniziare (senza complicarti la vita) Non serve farlo perfettamente. Serve farlo in modo sostenibile. 👉 Bastano: 10 minuti un foglio una struttura semplice Per questo ho preparato una risorsa gratuita che puoi usare subito. Risorsa gratuita: All’interno trovi: una guida passo passo domande mirate (non dispersive) uno spazio sicuro dove “appoggiare” la mente 👉 Puoi scaricarla gratuitamente qui: Workbook “Scarico mentale in 10 minuti” Usala quando senti la testa piena, l’ansia che sale e il bisogno di fare ordine. Conclusione Se ti senti spesso in affanno, non significa che sei sbagliata. Molto probabilmente sei mentalmente sovraccarica. Imparare a scaricare la mente non è debolezza. È una competenza emotiva. E come tutte le competenze, si può apprendere e allenare. SCEGLI LA TUA RISORSA GRATUITA E ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER Condividi su: Autrice: Dott.ssa Claudia Vincis Psicologa e psicoterapeuta, creatrice di BeneficaMente Leggi anche Autoconsapevolezza Lasciare andare il superfluo emotivo: la pratica che ti prepara al nuovo anno Autoconsapevolezza La guida definitiva alla serenità emotiva nel mese più caotico dell’anno Autoconsapevolezza Non tutto quello che pensi è vero: come riconoscere e riscrivere i pensieri sabotanti Per qualsiasi informazione non esitare a contattarmi. Contatti

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Lasciare andare il superfluo emotivo: la pratica che ti prepara al nuovo anno

Lasciare andare il superfluo emotivo: la pratica che ti prepara al nuovo anno A fine anno succede una cosa strana: anche se fuori c’è movimento, dentro si crea uno spazio di sospensione. È come se una voce interiore ti chiedesse: “Che cosa voglio portare con me… e cosa invece mi sta trattenendo?” È un processo spontaneo, quasi biologico. Il problema è che spesso lo viviamo con confusione, come se dovessimo prendere decisioni enormi in poco tempo. In realtà, lasciare andare non è un atto drastico: è qualcosa di molto più delicato e profondo. È dare un posto alle cose. È riconoscere ciò che ti ha fatto crescere e ciò che ti ha consumata. È smettere di portare dentro pesi che non servono più. Non si tratta di dimenticare. Né di chiudere gli occhi. Lasciare andare è un gesto di rispetto verso la te che sei diventata. ⭐ 1. Cosa significa davvero “lasciare andare” (e cosa NON significa) Non significa dimenticare.Non significa cancellare.Non significa fare finta che non ti abbia fatto male. Lasciare andare significa:• smettere di portare sulle spalle ciò che non serve più ora• distinguere tra ciò che ti appartiene e ciò che hai ereditato• sciogliere un nodo interno, non la storia• dare al passato un posto, non il comando È un atto di cura, non una rimozione. 👉 È smettere di trattenere una corda che ti sta facendo male alle mani. Quando parliamo di “lasciare andare”, la mente pensa subito a un taglio netto. In realtà è un processo molto più gentile. Significa accorgerti di ciò che stai trattenendo — un pensiero, una convinzione, un giudizio, un ricordo che ormai ha perso la sua funzione. Significa accettare che qualcosa è stato importante, ma non è più utile. Significa dire a te stessa: “Non devo portarlo con me ovunque.” Non è cancellare.È rimettere al suo posto.E quando lo fai, senti immediatamente un piccolissimo sollievo: come se il petto si aprisse di qualche millimetro. ⭐ 2. Come riconoscere ciò che pesa davvero Non sempre il peso ha la forma che immagini.A volte non riguarda ciò che è successo, ma il modo in cui ti sei parlata dopo.Non riguarda l’evento, ma la tensione che ti è rimasta addosso.Non riguarda una persona, ma il ruolo che continui a recitare accanto a lei. Per capire cosa devi lasciar andare, puoi farti tre domande semplici, quasi sussurrate: • Cosa mi stanca quando ci penso?• Cosa mi confonde o mi disallinea?• Cosa parla di una versione di me che non mi rappresenta più? Le risposte arrivano subito, con una piccola fitta o un piccolo respiro.Il corpo riconosce la verità prima della mente. ⭐ 3. La pratica “Tengo – Lascio – Trasformo” (in versione narrativa) Questa pratica Cognitivo Comportamentale è molto utile, ma voglio proportela in una versione più morbida, meno schematica, più simile a un rituale personale. Prendi un foglio, respira, e dividi il tempo in tre momenti. Il momento del “Tengo”Racconta cosa vuoi portare con te: le intuizioni, i legami che ti nutrono, le tue parti forti, i gesti che ti hanno fatto crescere.È un atto di gratitudine verso ciò che ti sostiene. Il momento del “Lascio”Qui non devi fare liste.Basta scrivere una frase, una parola, un’immagine.Qualcosa che ti pesa anche solo nominarlo. Lasciare andare significa solo questo: riconoscere il peso e metterlo giù. Il momento del “Trasformo”Questo passaggio è dolcissimo:trasformare non è cambiare a forza, ma far evolvere. Puoi scrivere: • “Da questo pensiero vorrei imparare a essere più gentile con me.”• “Da questo dolore vorrei farmi nascere una scelta nuova.”• “Da questa fatica voglio trarre una direzione più vera.” È un dialogo intimo con la parte di te che vuole crescere. ⭐ 4. Il rituale del doppio foglio (in versione sensoriale e terapeutica) È una pratica che funziona perché il corpo ha bisogno di gesti concreti.E la mente ha bisogno di simboli. Prendi due fogli. Sul primo lascia scorrere tutto: parole storte, frasi confuse, emozioni ingombranti.Scrivi senza rileggere.Non deve essere bello, né sensato.Deve essere vero. È una pratica che funziona perché il corpo ha bisogno di gesti concreti.E la mente ha bisogno di simboli. Prendi due fogli. Sul primo lascia scorrere tutto: parole storte, frasi confuse, emozioni ingombranti.Scrivi senza rileggere.Non deve essere bello, né sensato.Deve essere vero. Poi mettilo via.Non distruggerlo subito: lascialo riposare.È un modo per dirti:“Non devo risolvere tutto oggi.” Sul secondo foglio scrivi solo ciò che scegli: poche parole, poche intenzioni, le cose che vuoi tenere con te. Questo foglio diventa la tua direzione.Un piccolo faro. E il gesto di separarli manda al cervello un messaggio chiarissimo:“Adesso c’è più spazio.” ⭐ 5. Perché questa pratica ti prepara davvero al nuovo anno Perché non puoi entrare in un nuovo ciclo portando con te tutto ciò che ti ha ferita.Non per forza.Non per abitudine.Non per dovere. Lasciare andare crea un vuoto speciale: un vuoto che non fa paura, perché non è mancanza.È spazio.Spazio per vedere meglio.Spazio per respirare.Spazio per accogliere ciò che sei diventata. È così che il nuovo anno può iniziare davvero, non come una corsa… ma come una scelta. ⭐ 6. Perché liberarti del superfluo ti prepara davvero al nuovo anno Perché crea: ✔️ Spazio mentaleMeno caos = più lucidità. ✔️ Spazio emotivoMeno pesi = più possibilità di sentire altro. ✔️ Spazio identitarioMeno versioni vecchie = più autenticità. ✔️ Spazio per il cambiamento Meno sovraccarico = più energia per ciò che desideri.Chi lascia andare, non si impoverisce.Si libera. ⭐ Conclusione Lasciare andare è un gesto di verità.È ammettere cosa non ti serve più.È concederti di non portare tutto.È riconoscere che sei cambiata e che hai diritto a camminare più leggera. Non devi farlo in un giorno.Devi iniziare. Un foglio.Una frase.Un piccolo movimento interno. Da lì nasce tutto. ✨ Dal 27 Dicembre su Instragam inizieremo insieme “Riparto da Me”, il percorso quotidiano per liberarti di ciò che pesa e accogliere il 2026 con più centratura, forza e verità. SCEGLI LA TUA RISORSA GRATUITA E ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER Condividi su: Autrice: Dott.ssa Claudia Vincis Psicologa e psicoterapeuta, creatrice di BeneficaMente Leggi

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La guida definitiva alla serenità emotiva nel mese più caotico dell’anno

La guida definitiva alla serenità emotiva nel mese più caotico dell’anno Dicembre ha un’energia tutta sua. È il mese delle luci, dei ricordi, dei “dovrei farcela”, dei bilanci, delle aspettative, degli inviti, dei sorrisi necessari, e — se non stai attenta — anche della stanchezza emotiva che si accumula giorno dopo giorno. Molte donne vivono questo periodo con una pressione invisibile: la sensazione di dover essere all’altezza di tutto e di tutti. Eppure dicembre non dovrebbe travolgerti. Può diventare un mese più leggero, più vero e più tuo, se inizi ad ascoltarti e a proteggerti. Questa è una guida concreta, psicologica e semplice per accompagnarti in una delle fasi più delicate dell’anno. 1. Riconosci chi ti succhia energia Non tutte le relazioni stancano allo stesso modo. Alcune persone attivano dinamiche che consumano energia emotiva anche senza volerlo: • chi parla solo di sé• chi critica o giudica• chi ti delega problemi• chi crea tensioni• chi pesa sulle tue decisioni 👉 Prima regola di serenità di dicembre: impara a riconoscere dove si disperde la tua energia mentale. Mini-esercizio: Pensa a un incontro che temi. Chiediti: “Come mi sento prima, durante e dopo?” La risposta è già una bussola. 2. Metti confini chiari (con gentilezza e fermezza)   Un confine non è un muro: è una forma di cura. Serve per proteggere il tuo tempo, la tua stabilità e la tua energia. Puoi dire frasi semplici, gentili ma chiare: • “In questo periodo ho bisogno di ritmi più tranquilli.”• “Non riesco a venire, ma grazie dell’invito.”• “Vi raggiungo più tardi.”• “Preferisco non parlarne adesso.” I confini non creano distanza. Creano equilibrio. 3. Riduci le aspettative (tue e degli altri) Molto stress di dicembre nasce dal tentativo di fare tutto perfetto. La perfezione è una trappola cognitiva: aumenta la percezione del rischio, dell’errore e del giudizio. Prova questo cambio di prospettiva: • da “deve andare tutto bene”• a “andrà come può andare, e io mi adatterò” 👉 La flessibilità emotiva è una delle abilità più protettive che puoi coltivare. 4. Trova il tuo ritmo (non quello degli altri) Dicembre ti spinge fuori ritmo. Tra negozi pieni, cene, impegni e telefonate, rischi di dimenticare ciò che davvero ti serve. Prova a chiederti ogni mattina:• “Di cosa ho bisogno oggi per non arrivare stremata?”• “Cosa posso togliere invece di aggiungere?” Anche 10 minuti di pausa mentale possono cambiare il tono della giornata. I tuoi rituali serali per decomprimere   Il corpo e la mente accumulano tensioni. Hai bisogno di un rituale che ti riporti a te. Eccone uno semplice: 1. abbassa le luci2. respira 3 volte profondamente3. scrivi una cosa che vuoi lasciare andare4. scrivi una cosa che vuoi tenere con te5. fai una piccola azione di cura (tisane, doccia calda, lettura breve) Funziona perché dà un messaggio chiaro al cervello:“Posso rallentare. Sono al sicuro.” I tuoi rituali serali per decomprimere   Dicembre può essere un mese di centratura, non di sfinimento. Di presenza, non di performance. Di verità, non di aspettative. Prenditi il diritto di scegliere cosa ti fa bene. Proteggi ciò che conta. Riportati al tuo ritmo. E ricorda: non devi fare tutto. Devi ascoltarti. 🌿 Nelle newsletter di Dicembre riceverai delle pratiche semplici per restare centrata nei giorni più caotici — sono utili, concrete e mai invadenti. Ti aiuteranno a iniziare a fare spazio dentro di te. ✨ E dal 27 dicembre inizieremo insieme “Riparto da Me”, il percorso quotidiano che ti accompagnerà fino al 4 Gennaio a lasciare andare ciò che pesa e ad entrare nel 2026 con centratura e verità. SCEGLI LA TUA RISORSA GRATUITA E ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER Condividi su: Autrice: Dott.ssa Claudia Vincis Psicologa e psicoterapeuta, creatrice di BeneficaMente Leggi anche Autoconsapevolezza Non tutto quello che pensi è vero: come riconoscere e riscrivere i pensieri sabotanti Ansia e Benessere emotivo Ansia quotidiana: come smettere di farti governare dai pensieri e tornare al presente Produttività Settembre senza ansia né procrastinazione: come ripartire con energia e metodo Per qualsiasi informazione non esitare a contattarmi. Contatti

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Non tutto quello che pensi è vero: come riconoscere e riscrivere i pensieri sabotanti

Non tutto quello che pensi è vero: come riconoscere e riscrivere i pensieri sabotanti Sei mai stata intrappolata da un pensiero tipo: “Non sono abbastanza” o “Se sbaglio, sarà un disastro”? La mente sa essere una pessima sceneggiatrice: scrive copioni drammatici e ti convince che siano notizie di cronaca. Il problema è che, se ci credi, finisci per comportarti come se quelle frasi fossero vere… e così i pensieri diventano profezie che si auto-avverano. La verità? I pensieri non sono fatti, sono interpretazioni.E tu puoi imparare a riscriverli. I pensieri sabotanti più comuni   La Terapia Cognitivo Comportamentale li chiama pensieri automatici: arrivano in un lampo, senza chiederti permesso. Ecco tre classici: • “Non sono abbastanza” → ti blocca dal provare.• “Se sbaglio, sarà un disastro” → ti fa procrastinare.• “Gli altri penseranno male di me” → alimenta ansia sociale e insicurezza. 👉 Sono schemi mentali che sembrano realtà, ma sono solo storie ricorrenti che ti racconti. Come funziona l’ABC dei pensieri   Un pilastro della Terapia Cognitivo Comportamentale è il modello ABC: • A → Activating event = la situazione (es. una riunione).• B → Belief = il pensiero che fai (es. “Diranno che sono impreparata”).• C → Consequence = emozione e reazione (es. ansia, blocco). 👉 Non è l’evento a determinare come stai, ma il filtro con cui lo interpreti. Ti sei mai accorta di quanto la tua mente sappia essere rumorosa? A volte sembra quasi una radio accesa in sottofondo che non puoi spegnere: pensieri critici, dubbi, preoccupazioni… tutto insieme, proprio quando avresti bisogno di calma e concentrazione. La verità è che non sempre possiamo scegliere cosa pensare, ma possiamo imparare a gestire come rispondere a quei pensieri. L’ABC dei pensieri   L’ABC dei pensieri. Funziona così: ogni volta che succede qualcosa (A – l’evento), scatta una nostra interpretazione (B – il pensiero), e da lì nasce un’emozione o un comportamento (C – la conseguenza). Spesso crediamo che sia l’evento a farci stare male, ma in realtà è il pensiero che ci raccontiamo su quell’evento. Imparare a distinguere questi tre passaggi è come accendere la luce in una stanza buia: finalmente vedi dove nasce il problema e puoi lavorarci con più chiarezza. La ristrutturazione cognitiva   Un altro strumento della Terapia Cognitivo Comportamentale è la ristrutturazione cognitiva. Una volta che hai identificato i pensieri disfunzionali, puoi metterli in discussione con domande semplici ma potenti: “È davvero così? Ci sono prove che lo confermano? E se guardassi la situazione da un altro punto di vista?” Non significa illudersi che tutto vada bene, ma costruire pensieri più equilibrati e realistici, che ti permettano di affrontare la realtà senza sentirti schiacciata. Un allenamento che vale   Certo, servono un po’ di pratica e costanza, ma la verità è che più ti alleni, più questi strumenti diventano naturali. È come insegnare alla tua mente a stare al posto giusto: non al comando assoluto, ma come una voce tra le tante, che puoi ascoltare… senza doverle obbedire sempre. Ricorda: non sei obbligata a credere a ogni pensiero che ti attraversa. Puoi scegliere quelli che ti sostengono e lasciare andare gli altri. La tua mente è uno strumento, non la tua padrona. Condividi su: Autrice: Dott.ssa Claudia Vincis Psicologa e psicoterapeuta, creatrice di BeneficaMente Leggi anche Ansia e Benessere emotivo Ansia quotidiana: come smettere di farti governare dai pensieri e tornare al presente Produttività Settembre senza ansia né procrastinazione: come ripartire con energia e metodo Sviluppo del potenziale e Mindset Superare i Dubbi per Realizzare il Proprio Potenziale Per qualsiasi informazione non esitare a contattarmi. Contatti

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Vuoi superare la paura di parlare in pubblico? Provaci seguendo questi 5 passi

Vuoi superare la paura di parlare in pubblico? Provaci seguendo questi 5 passi Ogni qual volta mi trovo a rispondere a domande sulla paura di parlare in pubblico, la mia mente va velocemente alle scene di un bellissimo film: Il discorso del Re. Il plumbeo cielo londinese avvolge l’Empire Stadium di Wembley. Gli spalti sono gremiti e il principe di York, secondogenito di re Giorgio V, è chiamato a tenere il discorso di chiusura della British Empire Exhibition, “Qui è la BBC National Programme!” annuncia il presentatore, “Sua altezza reale il duca di York leggerà un messaggio di suo padre Sua Maestà Re Giorgio V”. Mancano due minuti alla diretta, annuncia un altoparlante, e così il Duca di York entra in scena con a fianco la fedele dolce sposa Elizabeth che gli sussurra “È ora di andare”. A separare il principe Albert dalla folla che lo attende, però, non c’è solo la breve serie di gradini che lo condurranno al palco della tribuna, ma anche il ben più ostile microfono che ai suoi occhi non è un affascinante strumento ma un ostacolo insormontabile. Il viso tirato del protagonista ci fa sentire tutto il disagio emotivo che prova. Altri personaggi compaiono e provano a infondergli coraggio, dicendogli “Sono sicuro che sarete splendido! Andate avanti con calma!”, “Lasciate fare al microfono!”. Ma tali esortazioni sortiscono l’effetto opposto,  fanno aumentare la tensione e l’ansia da prestazione, che già gli fanno morire le parole in gola. “Tre lampi, poi rosso fisso, e siete in diretta”, dice il tecnico radiofonico, ma il silenzio dopo il segnale convenuto è troppo lungo, la lettura del messaggio stenta ad iniziare. È come se “l’occhio del microfono” lo stia fissando, lo terrorizza e lo giudica implacabile. Fra sguardi attoniti e impazienti il Duca di York comincia, esitando, a proferire qualche parola, ma fra pause lunghissime e sillabe ripetute, il flusso delle parole non è né chiaro né comprensibile. La lettura del discorso è un supplizio. In una battuta tutto il senso del film “Sono il centro di ogni autorità. Perché? Perché la nazione crede che quando parlo, parlo per lei. Ma non so parlare” – confessa Albert impaurito a Lionel, il suo logopedista decisamente fuori dagli schemi, poco prima del suo discorso radiofonico più importante, quello che dà il titolo al film: The King’s Speech. Infatti il film non è solo la narrazione di una storia vera ma anche il racconto di un uomo che cerca la sua voce.  Albert cerca di costruire l’immagine di sé che egli stesso ha smarrito, e lo fa attraverso la ricerca della sua voce, quella che sa farsi ascoltare e che sa comunicare. La glossofobia, il termine scientifico della paura di parlare in pubblico, viene definita anche come fobia sociale. Nell’arco della nostra vita le occasioni di parlare in pubblico si possono presentare molto spesso, sul lavoro, a scuola, all’università o in diverse situazioni sociali, come quando ci si ritrova ad esprimere la propria opinione davanti ad un gruppo di persone. Molte situazioni possono consolidare questa fobia, ad esempio quando ci troviamo a dover tenere un discorso che sappiamo verrà valutato da chi ci sta ascoltando, oppure quando ci relazioniamo con qualcuno che pensiamo possa criticarci. #1 Identifica le cause della tua paura di parlare in pubblico Individuare la situazione, che ha causato la paura di parlare in pubblico, può aiutare a comprenderla e superarla. Possiamo identificare fondamentalmente 4 cause: Esperienze dell’infanzia Eccessivo perfezionismo Timidezza e mancanza di sicurezza Eccessiva importanza del giudizio altrui   #2 Trova la soluzione più adatta a te per superare la paura di parlare in pubblico Se la tua difficoltà di esporti è focalizzata su momenti specifici, come il parlare in pubblico, il “recupero” è possibile anche con autodisciplina ed esercizio, in quanto è un’abilità che puoi apprendere e gestire. Prova a seguire i passi che ti descrivo nel resto dell’articolo. Ma provi delle difficoltà contattami pure; Insieme a dei colleghi bravissimi tengo dei corsi per superare la paura di parlare in pubblico che hanno già aiutato tante persone. 1passo. Sii consapevole dei sintomi che il corpo potrebbe manifestare Riconosci i sintomi, e ricordati che molto spesso le persone che ti osservano percepiscono molto meno di quanto pensi. Alcuni sintomi comuni della glossofobia, sono: Sudore; Bocca asciutta; Aumento della frequenza cardiaca; Difficoltà a respirare; Tensione muscolare; Mal di testa; Gambe o braccia tremule; Bisogno di urinare; Balbettio; Vampate di caldo.   Sii consapevole di quello che ti sta succedendo e cerca il controllo della situazione. Controlla soprattutto i pensieri negativi e prova a sostituirli con pensieri positivi. I pensieri dannosi o negativi si riconoscono perché spesso contengono parole come “sempre”, “mai”, “tutti”, “nessuno”. E già toglierle, sarebbe un passo in avanti. 2 passo. Concentrati sul tuo respiro La respirazione è fondamentale per acquisire maggiore controllo del tuo organismo ed una buona respirazione si tradurrà anche in una voce più forte e sicura. Se sai farlo, respira con il diaframma. Fai ampi respiri, prima di parlare. Ispira contando lentamente fino a 5, poi espira ricontando fino a 5. Se ti concentrerai sulla tua respirazione probabilmente riuscirai anche ad eliminare i pensieri negativi e auto sabotanti. Quando parli, respira con il naso anziché con la bocca. Questo diminuirà il problema di lingua o bocca secca/impastata.   3 passo. Parla ad alta voce con te stesso Parlare ad alta voce può aumentare le tue prestazioni. Avere una conversazione con se stessi aiuta a recuperare i ricordi, migliora la concentrazione e dà fiducia in se stessi. Una ricerca nel 2014 di Ethan Kross dell’Università del Michigan ha dimostrato che parlare con se stessi a voce alta può aiutare le persone a sentirsi meglio, dare loro più fiducia nell’affrontare le sfide. Quando ti senti ansioso, prova a dirti frasi come: “Puoi superare questa paura” o “Puoi superare questa sfida”.   4 passo. Allenati sul contenuto da dire ed evita la memorizzazione Preparati e acquisisci padronanza dell’argomento. Tieni presente il ragionamento logico della presentazione. Non essere tenuto in ostaggio dall’impreparazione o, dall’altro lato,

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Perché abbiamo difficoltà a cambiare?

Perché abbiamo difficoltà a cambiare? A tutti noi è capitato di verificare che le cose, in un particolare ambito della nostra vita, proprio non funzionassero. Magari riusciamo anche a mettere a fuoco ad un certo punto la necessità stringente di apportare un cambiamento al nostro modo di reagire di fronte a certi stimoli o al nostro modo di interpretare e vivere certe situazioni. Ma nonostante questa consapevolezza ci si ritrova a dire “non riesco ad agire diversamente, è più forte di me”, o “sono fatto così, è il mio modo di reagire”, ed infine “come si fa a cambiare? È impossibile!” Quando si verifica questa situazione molto probabilmente siamo di fronte ad una resistenza al cambiamento. Perché succede questo? In generale non vogliamo perdere quello che abbiamo, la paura del fallimento si insinua nella nostra mente e, come se non bastasse, non conosciamo il nuovo che si prospetta. E tutti noi almeno una volta ci siamo sentiti dire il vecchio adagio “Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia non sa quel che trova”. Tutto questo provoca incertezza, che ci genera ansia e ci spinge a rimanere nella nostra zona di confort. Ma cosa accade più precisamente? Le prime teorie psicologiche sostenevano che la resistenza al cambiamento individuale fosse semplicemente un problema di motivazione. Pertanto, si pensava che per eliminare questa resistenza bastasse convincere la persona ad auto motivarsi. Le teorie più recenti invece ci dicono che quando resistiamo al cambiamento è perché ci sono diverse aree problematiche, che possono riguardare la storia di vita o la situazione attuale. In questa prospettiva, la resistenza al cambiamento personale è un’occasione incredibile per guardare dentro di noi e conoscerci più profondamente per poter arrivare a un benessere maggiore. Ci sono diverse tipologie di resistenza al cambiamento e diversi fattori che ci tengono ancorati ai vecchi schemi che non sono funzionali perché non ci mettono in grado di raggiungere il nostro obiettivo che dovrebbe essere il ben-essere. Possiamo individuare quattro principali tipologie di resistenza al cambiamento. 1. “Meglio un uovo oggi o una gallina domani?” Questo tipo di resistenza si verifica ogni volta che decidiamo di cambiare il modo di fare qualcosa e nella fase iniziale in cui il nuovo metodo ci porterà meno risultati del vecchio, e ciò ci richiede un impegno e un dispendio energetico maggiore per risultati uguali o addirittura inferiori. Una superficiale analisi costi-benefici ci porta infatti a dare molto più peso alla fatica e all’impegno iniziale, sottovalutando invece i benefici che raccoglieremo grazie al nuovo approccio nell’immediato futuro quindi a scegliere l’uovo piuttosto che la gallina. 2. Il blocco emotivo Una volta scelta la gallina, ossia il nuovo metodo più funzionale che alla lunga ti darà ottimi risultati, può succedere che continui a rimanere bloccato. E magari il solo pensare a quel cambiamento ti fa sentire in ansia e angosciato. In questo caso la tua resistenza al cambiamento potrebbe essere di natura emotiva. Questo blocco emotivo può avere diverse spiegazioni: puoi essere spaventato dalle novità e dai cambiamenti, oppure hai una tendenza al perfezionismo e l’idea di provare una cosa nuova porta con se il rischio del fallimento. O ancora hai bisogno di tenere tutto sotto controllo e la novità, almeno nella sua parte iniziale, ti fa sembrare che le cose ti sfuggano di mano. 3. La corrente sottomarina Un’altra tipologia di resistenza al cambiamento assomiglia tanto ad una corrente sottomarina. È lì, sotto la superficie, da fuori non si vede ma è in grado di spingerti fuori rotta. Sto parlando delle nostre credenze. Secondo Rokeach (1960), il “sistema di credenze rappresenta l’insieme di aspettative, ipotesi o convinzioni, consapevoli o inconsapevoli, che una persona accetta come autentica spiegazione del mondo in cui vive”. Esse si formano per lo più nell’infanzia o in seguito ad eventi significativi della nostra vita. Quando queste credenze non sono funzionali ma sono errori di ragionamento ci possono trascinare in situazioni contraddittorie, dato che è difficile metterle in discussioni poiché sono molto radicate nelle nostre mappe mentali. 4. Rimanere imbrigliati nella rete In questo specifico caso a frenare la nostra corsa sulla rotta del cambiamento è la nostra rete sociale ossia le altre persone. Anche se spesso non ne siamo del tutto consapevoli, viviamo in una dinamica circolare, dove ogni cambiamento che decidiamo di apportare nella nostra vita si ripercuote non solo su di noi e sulle persone che entrano in contatto con noi ma a loro volta, familiari, amici e colleghi, con la loro reazione al nostro cambiamento hanno delle conseguenze indirette su di noi e se siamo particolarmente sensibili al giudizio altrui tendiamo a bloccarci e a soffocare il cambiamento sul nascere. Per superare la resistenza al cambiamento non sono sufficienti le motivazioni, né gli argomenti e neppure i consigli altrui. L’aspetto fondamentale è desiderare di cambiare facendo sì che tale trasformazione rinforzi la nostra identità, invece che negarla. Presto troverai sul blog un articolo su come possiamo superare le nostre resistenze al cambiamento. Condividi su: Autrice: Dott.ssa Claudia Vincis Psicologa e psicoterapeuta, creatrice di BeneficaMente Leggi anche Ansia e Benessere emotivo Vuoi superare la paura di parlare in pubblico? Provaci seguendo questi 5 passi Autoconsapevolezza Le affermazioni positive: bufala New Age? Ansia e Benessere emotivo Immagine corporea: come i social network ci fanno sentire a disagio con noi stessi Per qualsiasi informazione non esitare a contattarmi. Contatti

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Le affermazioni positive: bufala New Age?

Le affermazioni positive: bufala New Age? Quando si sente parlare di affermazioni positive molti storcono il naso pensando ad una bufala New Age, altri le considerano quasi magia. Diciamo che le affermazioni positive, se formulate e usate correttamente possono diventare un efficace strumento per migliorare il modo in cui guardiamo a noi stessi e al mondo. Cosa sono le affermazioni positive? Innanzi tutto, se andiamo a vedere il significato della parola affermazione, su Google troviamo: “L’atto o le parole con cui si dichiara o si sostiene un fatto o un’opinione”Oxford Languages Quindi in altre parole è un pensiero formulato. Se ci riflettiamo un momento, possiamo dire che ne facciamo tutti diverse volte al giorno. Sono infatti affermazioni, frasi/pensieri del tipo “Non ce la faccio più”, “Amo il mio lavoro”, “Non sono all’altezza”. Nello specifico potremmo dire che un’affermazione positiva è la formulazione di un pensiero da uno specifico punto di vista. In altre parole è il modo in cui scegliamo di guardare alle cose e agli eventi. Non è vedere tutto rosa ma cercare un risvolto di crescita ed evoluzione. Facciamo un esempio. Poniamo che abbia un appuntamento con un’amica per andare a fare un giro in bicicletta. All’ultimo la mia amica mi dà buca. A questo punto davanti a me ho due opzioni: posso lamentarmi per la buca ricevuta, per il fatto che i miei piani siano andati a monte e per l’inaffidabilità delle persone oppure decidere di mettere comunque a frutto il pomeriggio magari andando da sola a fare il giro in bicicletta o scegliendo di leggere un buon libro o dedicarmi alla cura di me stessa. Quindi scelgo di focalizzare il mio sguardo su ciò che ho o che posso fare piuttosto che su quello che non ho o che al momento non posso fare. Scelgo il benessere e non la lamentela. Questo è il pensiero positivo. A questo punto mi sento in dovere però di specificare una cosa molto importante. Scegliere di pensare positivo non significa soffocare emozioni come scontento, rabbia e delusione. Le emozioni vanno riconosciute, vissute ed elaborate. Hanno una loro specifica funzione ossia quella di darci delle informazioni su ciò che non ci piace, su ciò che vorremmo o sul fatto che abbiamo ricevuto un torto. Vivere le emozioni, e queste in particolare, però non significa cristallizzarsi in quello stato d’animo e sguazzare nel rancore e nell’autocommiserazione. Dobbiamo permettere alle emozioni di svolgere il loro lavoro e poi lasciarle andare per poter consentire a noi stessi di scegliere un pensiero più positivo e costruttivo. Le affermazioni positive sono uno strumento efficace perché si basano sul potere del pensiero. Non è una questione di magia ma i nostri pensieri, sembra ne facciamo 60-70.000 al giorno, costruiscono e rappresentano la nostra realtà. Se mi sveglio la mattina pensando “oggi sarà un massacro” come pensate che mi accingerò a vivere la giornata? Quale tipo di pensieri mi accompagneranno? Ben altro andamento avrà la giornata se il pensiero sarà “sarà una giornata impegnativa ma stimolante”… Lo stesso meccanismo regola il nostro dialogo interiore. L’educazione che nella maggior parte dei casi abbiamo ricevuto non ci ha insegnato un dialogo interiore all’insegna dell’autostima e dell’accettazione di sé. Nella pratica clinica ho trovato molto più frequentemente persone che parlavano a se stesse con durezza, poca gentilezza, snocciolando giudizi impietosi e poco obiettivi basati su standard irrealistici. Anziché criticare e giudicare severamente noi stessi dovremmo essere nostri fan. Cosa accadrebbe alla qualità del nostro dialogo interiore e quindi della nostra vita se pensassimo che nella stragrande maggioranza delle circostanze siamo al posto giusto, nel momento giusto e ciò che accade è il meglio per noi, anche quando non sembrerebbe? Alcuni di voi staranno pensando “Facile a dirsi, ma come si fa?”. È solo questione di allenamento e di costanza. In un prossimo articolo parleremo di come nasce una nuova abitudine che in terapia viene definita risposta nuova. Come si creano affermazioni positive efficaci? Per fare in modo che le affermazioni positive funzionino, devono rispettare delle regole: Devono sempre essere espresse in positivo, da evitare quindi il “non”  Devono essere formulate in modo breve e conciso E’ bene che siano formulate al tempo presente: esempio, mi amo e mi accetto così come sono, e non mi amerò e mi accetterò domani…. Non devono contenere congiunzioni in modo da esprimere una sola affermazione positiva alla volta Come si usano le affermazioni positive: la ripetizione consapevole Per prima cosa si deve stilare una lista di affermazioni positive create in base all’obiettivo che vogliamo raggiungere poi potremo iniziare gli esercizi. Alla fine dell’articolo ti lascio un elenco di affermazioni fra le quali poter scegliere quelle che senti più utili al tuo scopo e più vicine a te.  Le affermazioni vanno ripetute possibilmente diverse volte al giorno. Il segreto però è la ripetizione consapevole. Recenti studi del MIT hanno dimostrato che una piccola parte della corteccia prefrontale, l’area situata in corrispondenza della fronte, ha il controllo delle azioni compiute. Se quindi le azioni sono controllate dalla corteccia prefrontale, sono volontarie e hanno il potere di apportare modificazioni perché avremo introdotto nella nostra vita pensieri e azioni scelti consapevolmente da noi. Non funzioneremo più con il pilota automatico. Per quanto tempo è necessario attuare il meccanismo della ripetizione delle affermazioni? Louise Hay, notissima motivatrice statunitense e autrice di numerosi manuali di autoaiuto, sostiene che siano necessarie almeno tre settimane di affermazioni quotidiane, Roy Martina, noto medico olistico olandese, specializzatosi nel campo dello sviluppo personale, sostiene invece che per far sì che le nuove convinzioni si radichino in profondità siano necessari almeno tre mesi. Con queste informazioni in mano possiamo fare il nostro piano d’azione. Scegliamo al massimo 5 affermazioni positive che sostituiscano quelle negative e concentriamoci su di loro per almeno tre settimane. Potete ripetere le affermazioni davanti allo specchio, o scriverle sui dei post-it seminati per tutta la casa, o metterle come screen saver sul computer o sullo smart-phone, registrarle in forma di audio e ascoltate in cuffia. Per far sì che funzionino la ripetizione è fondamentale. Louise Hay afferma nel

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Immagine corporea: come i social network ci fanno sentire a disagio con noi stessi

Immagine corporea: come i social network ci fanno sentire a disagio con noi stessi Qualche giorno fa ho letto una notizia che mi ha fatto riflettere su un concetto, quello di immagine corporea, che soprattutto in questo nostro tempo e ancora di più in questa stagione è attuale: in Norvegia gli influencer saranno obbligati a segnalare l’uso di filtri e fotoritocchi. Il mio pensiero automatico è stato: non potranno più “barare” nelle foto di Instagram. Se si modifica una foto deve essere esplicitamente dichiarato mediante l’apposizione di un’etichetta che il Ministero per la Famiglia, organo che ha proposto l’emendamento, provvederà a fornire. Questa Legge è un tentativo di frenare la diffusione di standard di bellezza irrealistici che hanno serie conseguenze sulla popolazione soprattutto dei più giovani. Gli scandinavi hanno anche coniato un termine, knopspress, per indicare la pressione psicologica che avviene attraverso immagini raffiguranti il corpo per meri fini pubblicitari. Ma andiamo ad approfondire alcuni concetti fondamentali che entrano in gioco nella questione. Cosa è l’immagine corporea e come si sviluppa? Cerchiamo di capire, in primo luogo, cosa sia l’immagine corporea e come si sviluppa. Le definizioni di immagine corporea sono molte; ma a mio parere quelle che esprimono meglio il concetto sono due. La prima descrive il concetto come l’immagine che abbiamo nella nostra mente della forma, dimensione, taglia del nostro corpo e i sentimenti che proviamo rispetto a queste caratteristiche e alle singole parti del nostro corpo. (P. Slade, 1988) Una seconda definizione spiega tutto in maniera più sintetica e mettendo l’accento sull’aspetto cognitivo: l’insieme di percezioni, pensieri ed emozioni che una persona esperisce riguardo al suo corpo. (S. Grogan, 2008) Quindi possiamo dedurre che l’immagine corporea non sempre è quella riflessa nello specchio, ma piuttosto dobbiamo pensarla come quella che vediamo attraverso le lenti che noi indossiamo per guardarci allo specchio che sono fatte di percezioni, pensieri, emozioni e comportamenti. Di conseguenza l’immagine corporea e quella reale non sempre coincidono. Quando questo si verifica si ha un alterazione dell’immagine corporea che si può configurare come un vero e proprio disturbo dell’immagine corporea. La costruzione dell’immagine corporea è un processo che parte dall’infanzia e prosegue per tutta la nostra vita e si articola in strutturazione, destrutturazione e ristrutturazione. Quindi anche in età adulta c’è una continua riformulazione della propria percezione dell’immagine corporea; questo perché il nostro corpo cambia continuamente sotto la spinta dei fattori biologici di crescita, sviluppo ed invecchiamento. Poi intervengono anche altri elementi come quelli psicologici e relazionali attraverso i feedback dall’esterno. Sono diversi i fattori che concorrono alla costruzione dell’immagine corporea: Fattori culturali sotto forma di canoni estetici che ci influenzano e ci spingono ad uniformarci Esperienze di vita ossia i feedback che arrivano dall’esterno, soprattutto dalle figure significative Dialogo interno cioè come ci parliamo e ciò che ci diciamo in merito Relazionali ovvero il confronto con il mondo esterno. Una fase molto delicata per l’immagine corporea è l’adolescenza durante la quale il corpo va incontro ad una serie di modificazioni molto importanti e si può facilmente esperire difficoltà nel riconoscersi. Inoltre intervengono anche i fattori sociali che creano un’immagine corporea idealizzata che può entrare in conflitto con quella interiorizzata. Questo è dovuto alle molteplici occasioni di confronto, sia con i coetanei ma anche con punti di riferimento come gli influencer o gli idoli dei mass media. Canoni estetici I canoni estetici si sono evoluti lungo tutto il corso della storia in risposta ad eventi storici e modificazioni sociali. Si può dire che attualmente si stiano affermando più ideali di bellezza: da una parte abbiamo il modello di donna magra ma con un seno e dei glutei generosi come simbolo di sensualità; dall’altro abbiamo un ideale di donna magra, forte e muscolosa. Per l’uomo invece l’ideale di bellezza è piuttosto stabile: uomo snello e muscoloso. Quello che questi ideali di bellezza hanno in comune è che sono tutti scollati dalla realtà. Infatti, per raggiungere questi canoni spesso e volentieri si devono non solo osservare condotte alimentari e sportive ben definite, rigide e intense ma far ricorso alla chirurgia estetica. Relazione tra canoni estetici, social network e immagine corporea Questi canoni vengono trasmessi continuamente attraverso i social dagli influencer o da personaggi famosi. Gli utenti operano un confronto quasi sempre impietoso tra sé e questi modelli. Venendosi a creare questo forte divario tra canone estetico proposto e realtà il rischio di insoddisfazione per la propria immagine corporea è molto alto. Questo perché non si sa o non si prende nella giusta considerazione che ciò che si vede sui social sono spesso immagini modificate e quindi non corrispondenti alla realtà. Se prima con gli old media, cinema e televisione, venivano proposti dei canoni estetici da delle persone che diventavano idoli inarrivabili, oggi, con i social network le persone che si mostrano vengono percepite vicine, le ragazze e i ragazzi della porta accanto, cosicché viene meno la sensazione di inarrivabilità; così, ciò che mostrano sembra alla portata di tutti. In questo modo la frustrazione e l’insoddisfazione possono aumentare ulteriormente rispetto al passato perché oggi ci si trova a “perdere” un confronto fra pari.  Aprendo i social scorrono continuamente foto e video di persone che si mostrano, ma soprattutto che dicono implicitamente come si dovrebbe essere secondo i canoni estetici accettati dalla società. Questi messaggi sono potentissimi soprattutto per i più giovani e possono condurre ad una diversa concezione del corpo, dell’alimentazione e dell’esercizio fisico. Così un messaggio che apparentemente è innocuo può avere in realtà un peso specifico enorme e può scatenare reazioni importanti. Due ricerche in particolare hanno messo in evidenza la natura e l’entità di queste reazioni. Uno studio del 2019 di Hougue e Milss ha messo in luce che quando giovani donne trascorrevano del tempo sui social ed osservavano immagini di persone che giudicavano più attraenti di loro sperimentavano insoddisfazione corporea. Altre ricerche hanno verificato una correlazione tra l’esposizione ai media, l’insoddisfazione corporea e i disturbi alimentari. (Thompson et al, 1999; Madden et al, 2013). Lo strumento più potente utilizzato dai social per far

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Ansia: ti conosco mascherina?

Ansia: ti conosco mascherina? La parola ANSIA fa parte, insieme a tutti i suoi derivati come ansioso, ansiogeno ed ansiolitico, del vocabolario di tutti i giorni in una gamma di situazioni talmente vasta che finisce indicare cose molto diverse e quindi per creare confusione. Ma che cos’è quindi l’ansia? Come fare a riconoscerla? Appena il nostro cervello avverte la presenza di un pericolo da avvio, prima di qualsiasi azione, a tutta una serie di cambiamenti fisiologici. Numerosi mutamenti si verificano sostanzialmente per migliorare la reattività dell’organismo, preparandolo in tempi brevissimi alla cosiddetta reazione di “attacco o fuga”. Le risposte del nostro corpo sono sempre accompagnate da una catena di pensieri. Una parte di questi pensieri sono consapevoli mentre il resto compare nella nostra mente in modo automatico. Quello che pensiamo in una situazione di ansia dipende da numerosi fattori tra cui la nostra storia personale e familiare, l’ambiente di vita in cui viviamo, quello che per noi è importante nella vita, le preoccupazioni che abbiamo giorno dopo giorno, pensieri ricorrenti che ci vengono in mente anche in altre situazioni della nostra vita quotidiana. A volte però questi pensieri possono essere “scorretti” dal punto di vista logico. Facciamo un esempio per capire meglio. A tutti noi è capitato di avere un piccolo guaio. Alcuni, anche di fronte a piccoli incidenti reagiscono facendo pensieri del tipo: “È una cosa gravissima”, “Come faccio?”, “Non riuscirò mai a sistemare le cose”. Tali pensieri sono scorretti dal punto di vista logico poiché non abbiamo prove concrete per arrivare a una tale conclusione. Inoltre trattandosi di un piccolo incidente, è più probabile invece che si tratti di una situazione per cui è facile trovare una soluzione. Quello che pensiamo è molto importante perché i pensieri costituiscono le lenti attraverso le quali guardiamo le situazioni e di conseguenza le affrontiamo. Le persona dell’esempio di prima difficilmente si attiveranno subito per trovare una soluzione tutte prese come sono dalle loro preoccupazioni. Un pensiero meno catastrofico le potrebbe certamente aiutare a mettere in atto comportamenti più costruttivi e produttivi. Siamo di fronte al pericolo temuto. Il nostro corpo si è attivato, la nostra mente è piena di pensieri anticipatori su quanto sta per accadere: ma cosa facciamo? Di fronte a un pericolo abbiamo solo due alternative. Possiamo affrontarlo o possiamo fuggire. In entrambi i casi, sia che decidiamo di affrontare quello che temiamo sia che optiamo per la fuga (tecnicamente si parla di risposta di fuga o evitamento) l’ansia diminuisce. Nel primo caso l’ansia diminuisce realmente mentre nel secondo caso, nell’evitamento, diminuisce ma apparentemente e solo a breve termine. L’ansia è un’emozione naturale e universale e come abbiamo visto è generata da un meccanismo psicologico di risposta allo stress, il quale svolge la funzione di anticipare la percezione di un eventuale pericolo prima ancora che quest’ultimo sia chiaramente sopraggiunto, mettendo in moto specifiche risposte fisiologiche che spingono da un lato all’esplorazione per identificare il pericolo ed affrontarlo nella maniera più adeguata e, dall’altro, all’evitamento e alla eventuale fuga. L’ansia è insomma un’emozione fondamentale e del tutto spontanea, che ha la funzione di proteggerci dalle minacce esterne preparandoci all’azione e contemporaneamente ci motiva all’interazione con il mondo circostante. L’ansia ha altre funzioni fondamentali oltre a quella di cui abbiamo appena parlato; essa ci consente di impegnarci nei compiti che svolgiamo quotidianamente, in particolar modo in quelle attività che non svolgiamo con interesse ma che dobbiamo portare a termine. Studiare per un esame poco interessante, per esempio, diverrebbe pressoché impossibile se non vi fosse una spinta sottostante di ansia da prestazione. Anche svolgere il proprio lavoro quotidianamente con impegno non sarebbe sempre possibile senza la pressione dell’ansia. Allo stesso modo, anche un’azione apparentemente banale come quella di uscire di casa in tempo per prendere l’autobus o il treno fallirebbe se fosse esente da ansia. Questi tipi di ansia sono costruttivi, ovvero risultano funzionali alla nostra sopravvivenza. Fungono da intermediario tra noi e il mondo esterno rendendoci capaci di far fronte ai problemi della vita e di adoperarci per migliorare il nostro adattamento all’ambiente. Sono dunque fattori di crescita e sviluppo della personalità che forniscono stimoli e motivazione all’accrescimento. Ci sono delle occasioni però in cui l’ansia si trasforma da risposta del tutto naturale e adattiva a profondo disagio perdendo la funzione di elemento di crescita e maturazione, divenendo piuttosto un elemento di disturbo della qualità di vita. Questo può accadere quando: Non siamo capaci di superare del tutto una situazione di pericolo; Allo stato d’allarme e attivazione non corrisponde un pericolo reale da fronteggiare e risolvere; È spropositata rispetto alla situazione; Persiste anche in situazioni non stressanti; Sembra insensata. È così che l’ansia perde la sua funzione adattiva tesa a favorire il rapporto con l’ambiente, provocando al contrario una perdita di contatto con l’ambiente stesso. Condividi su: Autrice: Dott.ssa Claudia Vincis Psicologa e psicoterapeuta, creatrice di BeneficaMente Leggi anche Ansia e Benessere emotivo Cos’è la Mindfulness? Come può aiutarci a migliorare la tua vita quotidiana. 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6 modi per gestire efficacemente i pensieri negativi

6 modi per gestire efficacemente i pensieri negativi A ciascuno di noi è capitato di avere dei pensieri negativi per i più disparati motivi. Qualunque sia la causa dell’ansia, o della preoccupazione, può essere molto difficile tenerli sotto controllo. La prima cosa che tentiamo di fare è di allontanare questi pensieri, di non pensarci; ma chi ci ha tentato sa benissimo che non funziona. Anzi, più ci sforziamo di allontanarli più si fanno ingombranti e frequenti. È una scoperta, verificata sperimentalmente numerose volte. Allora come possiamo gestirli efficacemente? Ecco 6 modi per riuscirci. Tecniche di distrazione focalizzata. Questo metodo può risultare utile, ma cercare di non pensare e basta non è molto efficace. Infatti, lasciando la mente libera di vagare, rischiamo di ottenere l’effetto contrario. Il modo più funzionale di distrarsi è trovare delle attività, meglio se pratiche, sulle quali concentrarsi. Per esempio vedere un film, o ascoltare della musica rilassante. Evitare l’accumulo di stress Un altro modo al quale numerose persone fanno ricorso è quello di riempire la propria giornata di impegni. Fanno questo perché sono convinte che tenendosi occupate non penseranno e che soprattutto alla fine della giornata saranno così stanche e scariche da non avere energie da dedicare ai pensieri negativi. Niente di più sbagliato! È stato dimostrato sperimentalmente che quando siamo stanchi la frequenza dei pensieri e la loro intensità aumenta anziché diminuire. Questo molto probabilmente è dovuto al fatto che le nostre difese si abbassano e diventiamo più vulnerabili all’ansia e ai pensieri negativi. Osservazione e accettazione Quando si hanno dei pensieri negativi che ci disturbano è molto utile fare alcune osservazioni; quando si presentano questi pensieri ossia in quale momento della giornata e in quale circostanza e come noi reagiamo ad essi. Osservare tali caratteristiche ci può essere di grande aiuto per capire se ci sono dei parametri sui quali possiamo intervenire e soprattutto ci permette di “entrare in comunicazione” con i nostri pensieri senza averne paura o soggezione. Quindi ciò ci permette in un certo senso di accettarli come presenza temporanea nella nostra vita. Razionalizzazione Il modo in cui pensiamo determina il modo in cui ci sentiamo. Le persone ansiose hanno pensieri ansiosi che alimentano ulteriormente la loro ansia. Un modo di ridimensionare i pensieri e quindi l’ansia e la preoccupazione è quello di prendere nota dei pensieri e delle preoccupazioni e porsi alcune domande: Quella situazione è davvero così disastrosa come la immagino? C’è qualche prova razionale che contraddica i mie pensieri e i miei dubbi? Esiste un altro modo di interpretare la situazione futura o l’accaduto?  Dopo aver risposto a queste domande proviamo a immaginare uno scenario più        realistico o a formulare delle affermazioni più razionali in merito a noi stessi. Meditazione e/o tecniche di rilassamento Le tecniche di rilassamento e la meditazione hanno il beneficio di creare nell’immediato uno spazio di calma e pace e di aiutarci a concentrarci sul presente dove non c’è spazio per i pensieri negativi. Una tecnica come il Training Autogento ci aiuta ad avere una maggiore coscienza di sé mentre la meditazione mindfulness promuove un’attitudine di compassione e astensione dal giudizio nei confronti dei pensieri che attraversano la mente. Questo è un approccio utile per la gestione dei pensieri negativi. Scrittura Mettere nero su bianco i nostri pensieri e le nostre emozioni più profonde può esserci di beneficio in diversi modi; ha come primo effetto quello di essere uno sfogo, un buttare fuori ciò che non ci fa stare bene. Questo a sua volta ci aiuta a prendere il giusto distacco dai pensieri negativi. Condividi su: Autrice: Dott.ssa Claudia Vincis Psicologa e psicoterapeuta, creatrice di BeneficaMente Leggi anche Produttività Settembre senza ansia né procrastinazione: come ripartire con energia e metodo Posted on4 Settembre 20254 Settembre 2025 Sviluppo del potenziale e Mindset Superare i Dubbi per Realizzare il Proprio Potenziale Posted on29 Giugno 20244 Settembre 2025 Produttività I 4 passi fondamentali per organizzare al meglio il tuo tempo per riuscire a fare tutto e ad avere tempo per te. Posted on17 Settembre 20224 Settembre 2025 Per qualsiasi informazione non esitare a contattarmi. Contatti

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